Questo post è tratto dal mio libro “Entelechia. La forma compiuta della nostra auto-realizzazione” (disponibile in formato cartaceo, ebook e audiobook e pubblicato in esclusiva dalla mia casa editrice Area51 Publishing).

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Il fine più alto, il fine spirituale, di ogni individuo, è perciò quello di partecipare, anche solo per un attimo, della vita perfetta di Dio. Dice Aristotele nella Metafisica:

È questo, dunque, il principio da cui dipendono il cielo e la natura. Ed esso è una vita simile a quella che, per breve tempo, è per noi la migliore. Esso è, invero, eternamente in questo stato (cosa impossibile per noi!), poiché il suo atto è anche piacere (e per questo motivo il ridestarsi, il provare una sensazione, il pensare sono atti molto piacevoli, e in grazia di questi atti anche speranze e ricordi arrecano piacere). E il pensiero nella sua essenza ha per oggetto ciò che, nella propria essenza, è ottimo, e quanto più esso è autenticamente se stesso, tanto più ha come suo oggetto ciò che è ottimo nel modo più autentico.

Dio, stato eterno

È bellissimo quello che dice qui Aristotele. Ci ribadisce che Dio è lo stato eterno, immobile e immutabile di perfezione assoluta, di assoluto compimento. Dio è eternamente questo stato, e nessuno di noi può mai esserlo completamente – nessuno di noi può essere Dio, perché tutti noi partecipiamo del moto della natura, ovvero siamo esseri biologici. Ma tutti noi possiamo partecipare di questo stato e tutti noi naturalmente, necessariamente, tendiamo a questo stato. Ecco la cosa più bella di questo passo: l’identificazione dell’attrazione di Dio con il desiderio e il piacere. Le parole così esatte di Aristotele ancora giocano con un paradosso: parole che siamo abituati ad attribuire alla “carne” Aristotele le attribuisce allo “spirito”. Siamo attratti, desideriamo Dio perché proviamo piacere a “essere in lui”, a partecipare della sua pura natura spirituale. Sono un desiderio e un piacere intellettuali naturalmente, contemplativi, come vedremo subito, cioè spirituali, ma non si tratta di sublimazione del desiderio e del piacere carnali, come potrebbe insinuare uno psicanalista materialista. Il pensare questi pensieri è veramente un “atto di piacere”. E, anzi, aggiunge ancora genialmente Aristotele, se ricordi, speranze e pensieri di cose materiali ci arrecano anch’essi piacere ciò accade solo perché essi sono in-formati del vero supremo piacere, il piacere del pensiero divino.

Pensare pensieri divini

E il pensare pensieri divini è un atto di piacere, mi permetto di aggiungere, molto superiore a quello carnale. Chiunque abbia fatto esperienza di quelle che, come vedremo nel quarto volume di questo progetto, lo psicologo transpersonale Abraham Maslow chiama peak experiences, “esperienze di picco”, sa di cosa sto parlando. Io ne ho fatto e faccio esperienza, di questi “piaceri spirituali”, così come ho fatto e faccio esperienza dei “piaceri carnali”, e non ho esitazioni nel ritenere i piaceri spirituali infinitamente superiori ai piaceri carnali – allo stesso modo in cui non ho esitazioni nel ritenere le sofferenze spirituali molto più dolorose delle sofferenze carnali. Per la mia esperienza non c’è paragone tra una sofferenza fisica e una sofferenza spirituale – nessun mal di testa o mal di stomaco mi ha mai fatto raggiungere i livelli di sofferenza che ho raggiunto quando ho provato l’abissale solitudine che ho provato in alcune fasi della mia vita, o quando mi sono sentito così perduto da arrivare a pensare davvero, come il poeta Majakovskij, che “vivere è molto più difficile che morire”, e a pensare davvero alla morte come a una liberazione. Allo stesso modo non c’è paragone tra i piaceri spirituali che ho provato e che provo anche adesso, leggendo questi passi di Aristotele e scrivendo queste parole, immergendomi nella mente di Aristotele, nel suo spirito, e i piaceri fisici, alimentari, sessuali o di qualsiasi natura essi siano.

Piaceri fisici

Questi ultimi, come ogni cosa che serve a soddisfare la nostra natura biologica, si consumano nel momento stesso del loro espletamento. Al senso di appagamento istantaneamente si sostituisce un senso di perdita e di inappagamento, e di ricerca di una nuova soddisfazione o di ripetizione della stessa soddisfazione. Il meccanismo del piacere fisico è quello della coazione a ripetere, ciecamente, gli stessi meccanismi. Ma l’esperienza è sempre manchevole, incompleta, e soprattutto è sempre, per così dire, monca. Si ha la sensazione che manchi sempre un pezzo. E quel pezzo mancante, non lo si trova mai. E allora si continua a inseguire il desiderio, e a ricercare la soddisfazione, ma ogni esperienza di piacere fisico continua unicamente a consumarsi in se stessa, e a riprodursi in se stessa. È un piacere che ci illude di “aprirci” a qualcos’altro ma in realtà si “chiude” in se stesso, è limitato a se stesso, è un forsennato movimento intorno a uno stesso punto, come un criceto che corre dentro la ruota: è un movimento vuoto – da qui immagino la sensazione di vuoto che, prima o poi, travolge chiunque sia esclusivamente votato ai piaceri fisici e consideri la vita esclusivamente come una esperienza biologica. Questo accade perché, direbbe Aristotele, il piacere fisico, biologico, è immerso nel movimento, e quindi non può che essere continuo movimento, e poiché il movimento non ha mai fine, anch’esso non ha mai fine. Inoltre il piacere biologico è radicato nella natura biologica, perciò non può che dipendere dalle leggi della natura biologica, che nella catena bisogno-appagamento-bisogno costruisce i propri processi, dallo scambio energetico organismo-ambiente all’autoconservazione alla riproduzione. Infine, i piaceri fisici sono sempre soggetti alla dipendenza e alla decadenza del tempo: e ogni esperienza materiale, anche la più bella, passa e va.

Piaceri spirituali

I piaceri spirituali invece, sono di natura esattamente opposta: sono esperienze che ci lasciano sempre una sensazione di completezza in sé, di perfezione in sé; ci aprono davvero alla sensazione della presenza divina in noi, al contatto con una sorgente che eternamente ci disseta. Sono esperienze assolute, gioiose nella loro forma più luminosa, e sono esperienze, in quell’istante, eterne: non dipendono dal tempo, sono fuori dal tempo. Sono stati (esperienze cioè senza tempo e senza movimento) di estasi – dal greco ex + stàsis, essere fuori, perché in quei momenti si “è fuori” dalla propria mente, e si “è” in un’altra mente, la mente divina; ma sono, contemporaneamente, stati di enstasi – dal greco en + stàsis, essere dentro, perché in quei momenti si è anche “perfettamente dentro” la propria mente, “si è” nello stato o atto perfetto della propria mente, lo stato divino.

Anche tu hai senza dubbio fatto e fai esperienza del piacere spirituale: ne fai esperienza ogni volta che vivi un momento di gioia pura, ogni volta che sei illuminato dall’ispirazione, ogni volta che una idea nasce nella tua mente o un nuovo progetto, una nuova avventura, rinfresca la tua anima e ti “apre” a immagini, suoni, sensazioni che ti fanno sentire veramente appagato, veramente completo.

Non sto demonizzando il piacere fisico, ovviamente, né idealizzando quello spirituale: vorrei semplicemente porti sotto la luce più diretta l’apparentemente utilizzo paradossale, da parte di Aristotele, di termini quali “desiderio” e “piacere”. Non è una provocazione da parte di Aristotele, ma ancora una volta è un utilizzo consapevole e preciso: il piacere spirituale è un vero piacere, anzi è il più grande piacere. Inoltre, esso rientra perfettamente nello schema metafisico di Aristotele: in quanto sempre soggetto al tempo e al movimento, il piacere fisico si identifica con la materia e la potenza, è dynamis; il piacere spirituale, che è fuori dal tempo ed è privo di movimento, è invece sempre forma e atto: è enérgheia, è entelechia.