In questa serie di post vorrei offrire un punto di vista diverso dal solito rispetto al mondo dell’immagine e dell’apparenza di oggi, ben sintetizzato dal “selfie”.

Non ti sembri fuori tema rispetto a Mind3®. Al contrario, è perfettamente in tema: Mind3® si propone infatti come metodo di guarigione spirituale e di trasformazione personale, e di conseguenza ti propone anche un modo differente da quello canonico di osservare le cose, un “modo” che parte dal punto di vista spirituale e che legge i fenomeni, anche quelli sociali, dal punto di vista della natura e della tensione spirituali.

L’idea del titolo di questa serie di post mi è venuta leggendo un articolo apparso sul Corriere della Sera il 28 luglio 2019 che parla delle ultime generazioni come “le generazioni dei selfie”.

Il titolo dell’articolo, scritto da Elena Meli, è Generazione “me”: ecco perché postiamo così tanti selfie.

Ecco un estratto dall’articolo:

È difficile negare che internet grondi di innamorati di se stessi che, come ha dimostrato uno studio su Personality and Individual Differences, tanto più sono narcisi quanto più riversano su Instagram selfie e post. “Il web è una vetrina per chi si piace molto, se poi esibendosi si raccolgono anche conferme il narcisismo viene mantenuto e accresciuto” – osserva Bernardo Carpiniello, presidente della Società Italiana di Psichiatria.

Selfie e narcisismo

L’articolo ha il pregio di porre in maniera oggettiva la questione e di portare dati che in realtà complessificano la questione. Infatti non emerge in maniera chiara né tantomeno definitiva che la generazione dei selfie, la generazione che posta perpetuamente, ossessivamente se stessa nei social network sia naturalmente più narcisista delle generazioni precedenti. Infatti le ricerche sociologiche e le indagini statistiche non fanno emergere dei dati definitivi.

Certo è che, anche se non sono più numerosi i narcisisti nell’attuale generazione, sicuramente più numerosa è la quantità di immagini, la quantità di segni narcisistici oggi diffusi. Sicuramente la tecnologia intensifica l’esperienza della proiezione di sé, quindi l’esperienza narcisistica.

Questa intensificazione può generare anche una sorta di dipendenza.

Prosegue così l’articolo:

L’estate sembra la stagione ideale per i narcisi, intenti a postare compulsivamente foto sui social dalle spiagge: in vacanza cadono anche i residui freni inibitori alla voglia di apparire. Molti degli utilizzatori seriali di aste da selfie sono però narcisisti innocui: in loro l’idea di essere speciali è un tratto della personalità senza grosse conseguenze. Si limitano a piacersi, parecchio, e a dimostrarlo appena possibile. Tuttavia il narcisismo può diventare anche un vero disturbo della personalità, come spiega lo psichiatra Claudio Mencacci: “Quando la fantasia di grandiosità e unicità pervade tutti i comportamenti, provocando problemi lavorativi, sociali, relazionali, si può parlare di un vero disturbo. Il narcisista ‘vero’ non si cura di nessuno al di fuori di se stesso, crede che gli sia dovuto tutto e subito, si aspetta di essere ammirato e lodato senza condizioni, è arrogante e presuntuoso, spesso anche manipolatore e molto selettivo nei confronti degli altri, perché vuole frequentare solo chi pensa che potrà offrirgli un tornaconto; soprattutto, non ha capacità di empatia. Non riesce a mettersi nei panni degli altri perché proprio non li vede, o quasi”. A volte li disprezza, perché li ritiene inevitabilmente inferiori; in altri casi può perfino maltrattarli, per sfogarsi se ritiene di non essere tenuto in sufficiente considerazione o se subisce un fallimento.

Questi sono i tratti essenziali del narcisista che, nella maggior parte dei casi, resta innocuo. Si limita a specchiarsi e a piacersi. È indubbio che non è soltanto la quantità di immagini che si posta di se stessi come una sorta di continuo specchio idealizzato di sé a portare a un’intensificazione dell’esperienza narcisistica stessa e quindi a una progressiva deformazione. È altrettanto vero che la disponibilità, la pubblicazione continua e quindi il “bombardamento di immagini” che abbiamo di noi stessi e soprattutto degli altri può portarci a un disequilibrio.

Bellezza e riccanza

Ci sono due esempi che mi sono capitati e che per me sono molto eloquenti.

Il primo riguarda una bambina di otto anni, la figlia di una mia amica.

Eravamo insieme, chiacchieravamo e intanto la bambina armeggiava nella borsetta della madre. Tira fuori il portafoglio, tira fuori la carta di credito dal portafoglio, inizia a giocherellare con la carta di credito e poi a un certo punto chiede alla mamma: “Mamma, ma noi siamo ricchi?”.

Il secondo esempio ha per protagonista mia figlia. Mia figlia frequenta il liceo linguistico e tempo fa doveva fare lo scambio interculturale. Con questo scambio per un periodo una famiglia all’estero ospita lo studente italiano e viceversa. Le ragazze iniziano a conoscersi e a scambiarsi le fotografie e l’unica preoccupazione che due amiche di mia figlia avevano era se la ragazza che avrebbero ospitato fosse bella.

Belli e ricchi. Ricchi e belli. Mi pare sia questo l’esatto binomio che viene oggi maggiormente proposto nella rappresentazione, nell’esteriorizzazione, nella pubblicazione dell’idea di sé.

Che smacco per noi che ci vantavamo e rivendicavamo con orgoglio il fatto di essere poveri ma belli!

Nell’omonimo film il personaggio di Romolo, interpretato da Maurizio Arena, risparmia e incita gli altri a fare lo stesso, pena la fine in banca rotta o lo sfoggio grottesco di una vita di soldi e lusso, proprio come oggi fanno Fedez e Chiara Ferragni. (Se non hai mai visto un loro video, ti invito a farlo. Potrai capire meglio cosa intendo).

Siamo del resto nell’epoca della “riccanza”, dove l’ostentazione è diventata quasi uno stato della mente. Se la mente ci fosse.

Se guardi uno o più di quei video fatti con lo smartphone e postati sui social, magari arricchiti da emoticon, ti rendi subito conto che sono privi di qualunque eleganza, di gusto, di grazia.

“Se una cosa si vede di merda, si sente di merda, allora deve essere di merda”, dice Jack Horner, il personaggio del film Boogie Nights diretto dal regista Paul Thomas Anderson. È curioso che questo mondo in cui tutti sono ricchi e belli sia così povero e brutto da un punto di vista di resa estetica.

Questa ossessiva produzione di se stessi e della propria immagine, che possiamo stigmatizzare nel selfie, sancisce senza dubbio il trionfo di valori come bellezza, ricchezza, apparenza. Questi tre valori possono costituire davvero una triade emblematica del nostro tempo. La triade bellezza-ricchezza-apparenza ha sostituito amaramente la triade fondativa della cultura e della civiltà occidentale identificata magnificamente da Platone nel Simposio, quando afferma l’identità di bello, buono e vero. La verità si identifica con la bontà, il bene si identifica con il bello. È l’ideale greco del kalòs kai agathòs, bello e buono, bello e valoroso.

Come cambiano i tempi, da Platone a Ferragnez!

 

(1 – Continua)