La parola greca εἶδος è la radice dei due sensi in cui possiamo intendere le immagini (e il problema delle immagini).

Questa parola ha infatti due significati principali:

  1. idea: ciò che, secondo Platone, è oltre le immagini, la matrice e la struttura fondamentale, il modello perfetto di ogni immagine.
  2. immagine: immagine come simulacro, da qui deriva il termine idolo.

Questi due concetti così diversi tra di loro derivano dalla stessa parola.

Nei due modi di considerare il termine εἶδος (come idea e come immagine-simulacro) possiamo trovare i due modi di interpretare le immagini nel senso che stiamo ricercando.

Infatti possiamo dare un senso virtuoso al termine “idea”, quando consideriamo l’immagine come mezzo. Invece possiamo dare un valore opposto, vizioso, quando interpretiamo l’immagine come fine.

Immagine come mezzo e immagine come fine. Cosa vuol dire?

Immagine come mezzo

Quando l’immagine viene utilizzata come mezzo, essa è una sorta di canale, di trasformatore. Attraverso l’immagine noi cerchiamo qualcosa che è oltre l’immagine, il mezzo e il canale per andare all’idea. Utilizziamo le immagini (ad esempio le immagini sacre) come mezzo per raggiungere quello che è oltre, oltre il visibile, oltre le immagini.

Carl Gustav Jung parla dell’immagine, del simbolo come trasformatore di energie. Questa è una rappresentazione molto potente, molto efficace perché ci dà l’idea di qualcosa che incanala un tipo di energia e la trasforma in qualcos’altro. Incanala un tipo di energia visibile, materiale e la trasforma in qualcosa di invisibile, di spirituale. Infatti Jung, che è stato lo scopritore degli archetipi (strutture di immagini fondamentali, comuni a tutta l’umanità) parla proprio dell’archetipo come di un trasformatore. L’archetipo supremo per Jung è il mandala. Il mandala, sinteticamente, è una struttura composta di immagini molto complicate e affascinanti.

Nel mandala si parte da immagini esterne che portano tutte verso un centro. Lo scopo delle immagini è convergere verso un centro che è invisibile, spirituale e al contempo di far emergere questo centro. La potenza degli archetipi, la potenza del mandala è proprio questa: una quantità di immagini mostrano la complessità della molteplicità e, allo stesso tempo, tutte puntano verso un centro invisibile che è origine e termine di ogni esistenza.

Questo è il significato di trasformazione: la parte spirituale è dietro, sfonda il visibile. Questa è l’idea di immagine come mezzo.

Immagine come fine

L’altra funzione dell’immagine, quella che abbiamo chiamato viziosa, è quella di immagine come fine.

L’immagine come fine è confondere e sostituire il mezzo con il fine, sostituire l’immagine con la dimensione spirituale. Sostituire le icone con quello che è oltre le icone. Pregare le immagini e non pregare invece Dio. In questo senso si parla di immagine-simulacro, di idolatria.

Nell’Antico Testamento l’idolatria è il male assoluto, pensa all’episodio del vitello d’oro o all’Arca dell’Alleanza trafugata dai Filistei. Questi ultimi vengono puniti da Dio che distrugge ogni loro idolo. Per due notti c’è una dura lotta: l’invisibile, l’oltre, Dio distrugge gli idoli dei Filistei.

Il bisogno di avere le immagini è il bisogno dell’uomo, del visibile di avere qualcosa in presenza. Quando, nell’Antico Testamento, Mosè si allontana (diventa invisibile), allora tra la gente si genera il panico di trovare qualcosa che sia lì, nel mondo dei sensi, che sia visibile. E così viene costruito il vitello d’oro.

Tecnologia e immagini mostrano uno stesso schema.

Ecco qui riassunto lo schema comune alle due accezioni di εἶδος (come idea/mezzo e come immagine-simulacro/fine)

Questo schema ci mostra che ciò che è visibile è esterno e ciò che invisibile è interno.

Lo schema mostra la contrapposizione tra tecnologia esterna e tecnologia interna, tra le immagini e ciò che è oltre le immagini.

La Connessione di Michelangelo

La Connessione Spirituale si trova nel mezzo, al centro dello schema, nel punto di incrocio dei quattro punti.

Questo incrocio è meravigliosamente rappresentato da una delle immagini più potenti della nostra cultura, La Creazione di Adamo, che fa parte della volta della Cappella Sistina, affrescata da Michelangelo Buonarroti nel 1511.

Qui figurativamente l’invisibile è rappresentato da Dio, il visibile dall’uomo, da Adamo. Dio è l’oltre, l’uomo è il qui. L’esteriore e l’interiore.

Il punto di connessione è il punto di incontro delle due dita, è quello spazio invisibile, di trasformazione di quello che accade. È lì che accade la connessione.

Non solo la creazione, la connessione.

Le due dita sono poste come le sinapsi che non sono mai a contatto le une con le altre. Un neurone non è mai a contatto diretto con un altro neurone; c’è uno spazio dove passa tutto, dove tutta l’energia della nostra persona passa e origina da questo vuoto, da questo salto, da questo imponderabile mistero.

Allora con questa consapevolezza possiamo arrivare alla Connessione Spirituale. C’è una frase di Pascal che sintetizza il lavoro che andiamo a fare con la tecnica di Connessione Spirituale. È una frase che racchiude il senso di andare oltre il visibile e comprendere oltre il visibile.

Dice Pascal:

“La natura è un cerchio infinito il cui centro è dappertutto e la circonferenza da nessuna parte”.

Il cerchio ci mostra la perfezione, l’armonia. Il centro che può essere dappertutto ci dà l’idea dell’infinità di questo cerchio e la circonferenza che non si vede ci dà l’idea della invisibilità di questa perfezione.

Se dovessimo rappresentare questa immagine, l’immagine su cui concentrarci per la nostra Connessione Spirituale, allora non potremmo fare altro che cancellare ogni immagine e concentrarci sul vuoto puro.

 

(2 – Continua)