Ho intitolato questo post in un modo un po’ paradossale ma è l’esito della mia riflessione su un articolo altrettanto paradossale che ho letto il 6 maggio 2020 su La Repubblica.

Voglio sintetizzare l’articolo in questo post riportando alcuni passi. Sono quelli che ho ritenuto più importanti, che mi ha fatto riflettere notevolmente sul senso delle parole, sul paradosso della comunicazione e anche – soprattutto – su quello che si legge tra le righe e che ritengo molto inquietante.

 

Il Covid-19 è naturale o artificiale?

Parliamo ovviamente del Covid-19. In questo articolo, come in molti altri che circolano in questo periodo, si cerca di portare un’opinione autorevole in merito al dibattito che si sta sempre di più diffondendo: il virus è naturale o è stato creato in laboratorio?

Quando si ha a che fare con argomenti così delicati, che per loro natura sono sempre molto manipolabili sia da una parte sia dall’altra, è interessante andare ad analizzare le fonti di informazione istituzionale per vedere se il monolite da loro costruito rimane compatto oppure c’è qualcosa che filtra.

L’oggetto di riflessione è un’intervista che ho letto su Rep – La Repubblica a firma Massimo Razzi. L’intervistato è il virologo Davide Zella, stretto collaboratore di Robert Gallo (celebre virologo di fama mondiale).

Mi hanno colpito innanzitutto il titolo e il sottotitolo dell’intervista:

TITOLO.Quel virus, con tutta probabilità, è uscito dal laboratorio di Wuhan

 SOTTOTITOLO. “Davide Zella, stretto collaboratore di Robert Gallo, è convinto che il virus sia di origine naturale

Ecco il paradosso.

Nel titolo riporti una frase in cui il tuo intervistato dice che quel virus con tutta probabilità è uscito da un laboratorio (io lettore penso istintivamente che sia un virus prodotto in laboratorio, quindi artificiale); nel sottotitolo invece leggo che la stessa persona afferma che il virus sia di origine naturale.

 

Siamo di fronte a un paradosso e quindi m’interrogo: c’è una ragione di questo paradosso, oppure sono io che non ho capito bene? Vado quindi a leggere l’articolo.

Ecco l’incipit:

“Quel virus, con tutta probabilità, è uscito dal laboratorio di Wuhan”. Il professore Davide Zella è abbastanza sicuro di quello che sostengono anche altri scienziati e che ha scatenato polemiche internazionali tra Stati Uniti e Cina con la partecipazione di Australia, Gran Bretagna e i servizi segreti di mezzo mondo. Zella 56 anni, lombardo di Pavia, è direttore del Laboratory of Tumor Cell Biology presso l’Istituto di Virologia umana dell’Università del Maryland ed è uno stretto collaboratore di Robert Gallo. Nelle scorse settimane col gruppo del professor Massimo Ciccozzi dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e quello Area Science Park di Trieste ha studiato le mutazioni del Sars-CoV2 lavorando su oltre 200 sequenze.”

Il Coronavirus: un virus naturale modificato in laboratorio

Il dottor Zella è dunque un esperto della materia e non è certo un virologo “eretico”. Dobbiamo perciò aspettarci versioni condivise dalla comunità scientifica “ufficiale”. Andiamo a leggere l’intervista nei passi che ci interessano.

Dice Zella:

“Il virus che si sta diffondendo è certamente di origine naturale. Non sono d’accordo su altre tesi secondo le quali a Wuhan sia stato modificato per ottener un vaccino contro l’HIV e che per farlo abbiano attaccato delle sequenze dell’HIV sul RNA di un Coronavirus.”

Se leggo bene, quindi, Zella afferma che il virus non è stato fabbricato in laboratorio, ma è di origine naturale (tieni a mente l’espressione “origine naturale”). Come noi anche il giornalista gli chiede un po’ confuso: “E allora?”

Risponde:

“Vede, noi sappiamo che la comunità scientifica sa da anni che a Wuhan i cinesi, supportati dai francesi e dagli americani, stavano studiando il Coronavirus per cercare di capire in quali circostanze riesce a passare dal pipistrello all’uomo. Sono studi assolutamente legittimi ed è giusto che i cinesi, che hanno avuto la Sars, ci stessero lavorando. Si tratta di un laboratorio BSL4 Bio Safety Level 4 di massima sicurezza”.

Dunque una cosa chiara: la comunità scientifica era pienamente informata di tutto ciò. Tuttavia, a un certo punto, alla fine del 2019 nel laboratorio deve essere successo qualcosa. Il passaggio di specie è non è avvenuto dalle cellule del chirottero a quelle dell’uomo messe in coltura, cioè in parole povere “in provetta”. Il virus, per così dire, è “sfuggito” e al di fuori del laboratorio ha fatto quello per cui lo stavano studiando in laboratorio.

Il procedimento è in sintesi essenzialmente è questo: i tecnici di laboratorio hanno messo insieme delle cellule di pipistrello e delle cellule di essere umano per vedere come interagivano. Purtroppo, per un piccolo incidente, ipoteticamente la rottura di una provetta, o magari a causa della puntura di un ago, il virus è riuscito a passare dalla coltura a una persona in carne e ossa (un ricercatore, un tecnico di laboratorio) che poi del tutto inconsapevole lo ha portato fuori.

È questo ciò che ci dice candidamente il nostro scienziato: non c’è stata una creazione artificiale in laboratorio ma c’è stato un evento, un incidente di laboratorio, che ha fatto sì che questo virus sfuggisse dal laboratorio.

Cosa significa naturale?

Allora è legittimo domandarsi: era stato fatto qualcosa a questo virus? L’epidemia che si è scatenata è il frutto dell’interazione sperimentale tra le cellule animali e le cellule umane?

Quale tipo di incidente ha portato poi questo virus a essere trasmesso? O meglio, il virus che è stato trasmesso (sia pure per un incidente) era stato modificato nel laboratorio? Erano state modificate delle condizioni che non si sono in realtà mai verificate in natura, ma che sono state create appositamente nel laboratorio stesso?

Il giornalista chiede esattamente questo:

“Ma cosa facevano esattamente nel laboratorio del Centro per le Malattie Infettive Emergenti dell’Istituto di virologia di Wuhan?”

 Risposta:

“Stavano cercando di capire se il Coronavirus può passare direttamente dal pipistrello all’uomo. Queste cose si fanno mettendo una forte concentrazione qualitativa e quantitativa di virus isolato dal pipistrello a contatto con cellule polmonari umane, cioè costruendo una situazione ancora più favorevole di quelle che di solito si verificano in natura.”

Qui è interessante un altro passaggio ulteriore: io (inteso come ricercatore) ho forzato delle condizioni di natura, che quindi non esistono in natura ma esistono soltanto in potenzialità nella natura. Ho preso il virus nella sua più ampia quantità e qualità – quindi il più ampio numero possibile di virus nella loro forma più cattiva – e l’ho messo direttamente in contatto con cellule polmonari umane (cellule polmonari umane!), forzando le condizioni di natura, per verificare le conseguenze e gli effetti.

 

Covid-19: un virus contro-natura

Ma se io forzo delle condizioni di natura, in realtà non sono più condizioni di natura! O perlomeno sono condizioni ibride, tra naturale e artificiale: solo grazie al mio intervento, che ha facilitato il passaggio del virus da animale a uomo, ho raggiunto il mio obiettivo. Lasciando le condizioni completamente naturali, questo forse non avverrebbe in natura. Solo manipolando queste condizioni ho ottenuto il risultato.

Naturalmente il mio (e quello dei ricercatori) è un obiettivo nobile: verificare come il virus può entrare nelle cellule umane, come si comporta una volta entrato e come reagisce il nostro organismo, così che io possa prevedere e prevenire un tale contagio.

Eppure se il passaggio non avviene anche forzando una condizione di natura e non ottengo nessun risultato, cosa succede? Si cerca di modificare il virus finché non si raggiunge lo scopo prefissato. Quindi si forzano e si manipolano ancora di più le condizioni ambientali del virus e si creano condizioni ancora più estreme, o come dice Zella “facilitate”. Per cui non si può parlare di virus creato in laboratorio, ma di un virus (ri)prodotto in laboratorio!

Le implicazioni di queste dichiarazioni così candide sono inquietanti, perché ora abbiamo capito il paradosso del titolo: Un naturale virus di laboratorio.

Certo, questo virus non è stato creato in laboratorio, cioè non è stato fabbricato da zero per creare un’arma batteriologica da usare per avviare un’epidemia. Tuttavia è vero che questo virus non è così naturale. Sarebbe stato naturale se un individuo qualsiasi fosse entrato in contatto con un pipistrello e il salto di specie fosse avvenuto perché le condizioni naturali erano già pronte, appunto, in maniera naturale.

Ma questo “passaggio”, stando a quanto dice il virologo, non è avvenuto in modo naturale. È avvenuto perché le condizioni di natura sono state forzate in laboratorio, in modo artificiale.

In altri termini, l’evento più sconvolgente degli ultimi cento anni (che ha influenzato e influenzerà enormemente il mondo non soltanto dal punto di vista epidemiologico ma anche economico, sociale, psicologico, politico) non è frutto di un procedimento naturale.

 

Secondo l’ipotesi ampiamente condivisa dagli scienziati stessi, è sfuggito un virus mutato (o comunque manipolato, modificato) nella sua viralità, nella sua facilitazione al passaggio animale-uomo e nella sua facilitazione al contagio attraverso le forzature, le manipolazioni della natura che sono state fatte in laboratorio. Anche se i ricercatori non hanno creato un virus da zero, hanno fatto sì che quel virus potesse accelerare la sua contagiosità, la sua viralità e soprattutto hanno permesso che quel virus, forzandone le condizioni ambientali, facesse il salto da animale a uomo.

A questo punto possiamo chiedere: se non fosse stata forzata la condizione naturale in laboratorio, si sarebbe mai verificato il passaggio in modo naturale? O si sarebbe verificato molto più avanti nel tempo? O magari la natura avrebbe trovato modi per riequilibrare le “difese” ambientali? Non possiamo saperlo.

Nel laboratorio l’obiettivo era quello di far avvenire il passaggio per poi studiarlo in seguito. Possiamo presumere poi che forzando o – come dice candidamente il nostro intervistato – “facilitando le condizioni di trasmissione”, siano stati eliminati tutti quei fattori auto-equilibranti, omeostatici, della natura stessa.

4 domande inquietanti

Possiamo legittimamente domandarci:

  1. Qual è la differenza, se non meramente formale, tra un virus creato in laboratorio e un virus uscito da un laboratorio?
  2. Qual è la differenza tra artificiale e naturale?
  3. Possiamo ipotizzare che se non ci fosse stata l’azione umana di manipolazione, forse questo virus non si sarebbe mai diffuso?
  4. Possiamo, fuori da ogni formalismo, affermare che se questo virus non è artificiale, perlomeno non è comunque naturale?

Mi sembra che questa intervista ci abbia ampiamente risposto, nel modo più inquietante.